Articoli
(impressioni ed espressioni)

 
» Gennaio 2009 - Come nomadi
di Renato Rosato
» Ottobre 2008 - La Mente che mente
di Marco Albano
» Ottobre 2008 - Esoterismo e Aikido
di Francesco Arena
» Ottobre 2008 - Aikido e Bonsai
di Massimo Mantecchini
» Novembre 2007 - Parallelismi
di Daniele Stolfo
» Settembre 2007 - Il Mio Aikido
di Michele Mosca
» Gennaio 2000 - Perché le Arti Marziali
Prof. Massimo Manca

Come nomadi
Gennaio 2009 - di Renato Rosato

La frase, spesso usata e molto più spesso abusata che dice "la via è lunga, ma vale la pena di percorrerla" non è solo una bella citazione fine a se stessa, ma racchiude in se più di un pensiero, una summa di interiorizzazioni personali, dove ognuno deve cogliere il proprio significato il percorso di una strada, la ricerca del significato delle nostre azioni, lo spostamento ed il cambiamento, la vita non ha un solo bivio ma molteplici crocevia dimensionali, quante volte la singola azione crea una nuova strada? Ecco, noi siamo come nomadi, sempre in movimento, sempre alla ricerca di nuovi stimoli o di pesanti certezze, sempre a cercare di capire il perché di quello che ci succede intorno, mai capaci di andare oltre l'apparente quotidianità, potremmo fare dei paragoni con l'Aikido, dove un percorso (che comincia sempre dal primo passo...) all'inizio sempre molto incerto e poi, via, via, sempre più fermo, porta all'apprendimento di quello che prima ci sembrava oscuro, contorto, difficile, lontano.
Alzi la mano chi di noi da subito ha imparato i numeri o i nomi delle tecniche? nessuno? bene, questa è la risposta, fateci caso, cosi è la vita, solo con la disciplina si ha una fermezza nel conseguire degli obiettivi, altrimenti siamo labili ed incerti, come fare un irimi tenkan e sbandare continuamente, da qui la vita, il lavoro, gli affetti, le amicizie, ci siamo mai fermati a pensare che un mucchio di volte se solo fossimo stati più saldi nei nostri principi, avremmo quasi sicuramente avuto dei benefici migliori nella nostra quotidianità???

 

Percorrere un strada spesso non è mai facile come sembra, vorremo tutti un bel nastro asfaltato e liscio e poter scorrere via senza intoppi, ma le insidie ci sono e dobbiamo migliorarci per superarle, ciò poi ci porta inevitabil--mente ad una crescita, il sensei ha ragione quando dice che il Dan e solo il primo gradino di una lunga salita e credo che noi finora stiamo solo gettando le fondamenta di ciò che verrà, tanto più saranno salde e quindi meglio ci sosterranno. La strada è lunga? Cosa facciamo, ci fermiamo e torniamo indietro? no, forza,bisogna continuare, arrabbiarsi, sudare, imprecare e poi... capire, pensare, approfondire, i percorsi che vale la pena di conoscere sono quelli che poi ci appagano, quindi mi ripeto maaa ....siamo come nomadi, ci spostiamo continuamente tralasciando le scorie lungo il cammino e via a fermarsi e ripartire, ancora ed ancora ed ancora... Non credo che noi aspettassimo un arte giapponese per capire chi siamo, ma anche solo capire come disciplinarsi ci aiuterà senz’altro, in fondo il nostro cervello, questo organo ancora sconosciuto, per lo più ha sete di conoscenza, ogni finestra che apriamo nel suo interno e una cognizione che guadagnamo, dobbiamo continuare a cercare, a viaggiare, a capire, come nomadi.....


     
Aikido e la mente che mente
Ottobre 2008 - di Marco Albano

Prendo spunto dalle parole di Massimo Mantechini  (Aikido e Bonsai – settembre 2008) come un perfetto cross in area di rigore per mettere a segno queste righe :

“ Per me tutte le volte che pratico sia l’Aikido, sia la cura dei bonsai è possibile essere “presente” solo ed unicamente a ciò che sto facendo; al pari della meditazione.

Condivido questa sensazione e queste parole ogni volta che pratico Aikido.
Tante cose le ho imparate, oltre che dal nostro Maestro, dall’osservare con attenzione i “vecchi” del nostro gruppo : dall’ingresso sulla materassina  per ordine di grado e dopo Claudio, all’ordinato riporre le proprie ciabatte lungo il bordo del tatami, dal salire all’indietro per poi voltarsi verso il Kamiza per un piccolo inchino verso la foto di O-Sensei.
Un rituale, che come la giusta chiave in una toppa, apre una parentesi di spazio e di tempo da cui rimangono fuori passato e futuro, dalla giornata di lavoro trascorsa, agli impegni di oggi, all’ultima telefonata prima di entrare in palestra, a tutto quello che mi aspetterà dopo, dalla cena alla giornata di domani.
A proposito di passato, i nostri nonni vivevano in modo praticamente statico. Lasciavano il mondo esattamente come il loro padre gli e lo aveva lasciato.
Niente mutava e non c’era un gran chè da imparare. Nella mente rimaneva dello spazio vuoto che aiutava le persone a mantenersi sane.
Anche l’informazione e gli stimoli occupavano 1/10 della loro mente e i 9/10 erano vuoti per assimilare e digerire quelle poche informazioni.

 

Erano molti, in passato, i momenti della vita in cui sedersi a guardare le stelle, curare i propri fiori ( o un bonsai ) o rilassare la propria mente davanti al fuoco di un camino o giocando coi propri figli.
In Oriente è sempre esistita la meditazione, quello spazio in cui sparisci dal mondo per entrare in te stesso, un tempo dove la consapevolezza è priva di contenuti, dove la mente è vuota e si ferma, dove tutto è “presente”.
In occidente ai nostri nonni non serviva meditare.
Il momento in cui tagliavano l’erba di un prato e ascoltavano il canto degli uccelli era un tempo di meditazione inconscio dove la mente riposava e si ricaricava e questo gli era sufficiente per vivere bene.
Oggi non è più così.
I  10/10 della nostra mente sono saturi di informazione e stressati da stimoli di ogni genere.
Oggi i cambiamenti avvengono così velocemente che ci si sente incapaci di adattarsi.
Tutto muta ogni giorno e non si può smettere di imparare, un processo inarrestabile spesso forte e stressante.
Per questo anche qui da noi è arrivata dall’oriente l’arte della meditazione, per staccare la spina, per rigenerarsi, per guarire dallo stress, per conoscere se stessi, per ricaricare la nostra energia, quella energia che in oriente chiamano KI e che è il cuore del nostro AI-KI-DO.
L’arte dell’ AIKIDO ha al suo interno la forza di mantenerci sani.
Esserne consapevoli ne aumenta a dismisura la sua bellezza ed i suoi benefici,  per il nostro corpo e per la nostra mente che stavolta…. non mente.

 
Esoterismo e Aikido
Ottobre 2008 - di Francesco Arena
La consapevolezza è una delle pratiche piu’ difficili della nostra esistenza.
Essa deve soddisfare due grossi interrogativi: “chi siamo” e “perché siamo”.
Dare una risposta corretta è come trovare una giustificazione ed una finalità alla nostra vita.
La consapevolezza è quindi la totale coscienza di se stessi, di tutto quello che ci circonda, ed impone un corretto equilibrio tra noi ed il mondo esterno.
Tutte le metodologie esoteriche hanno questa finalità, cogliere i significati oltre l’apparenza, oltre l’ovvio, cogliere il significato nascosto, al fine di arrivare alla consapevolezza, alla conoscenza di se stessi. Si tratta naturalmente di un metodo indiretto, dove l’interrogativo trova soluzione nello svolgimento o nella pratica di attività o di studi apparentemente non significativi. L’Aikido, definibile come un’arte marziale, la cui finalità non è l’eliminazione dell’avversario ma il suo totale controllo in ogni istante, ha in se un alto valore e significato esoterico.
 
Il totale controllo del nostro avversario, infatti si può solo avere nella nostra consapevolezza, nella padronanza del nostro corpo e della nostra mente nello spazio, in tutto quello che ci circonda. L’aikido in questo senso non è un fine ma un metodo, la cui finalità è l’uomo, il corretto equilibrio tra la sua anima (la componente energetica divina), ed il suo corpo (la manifestazione biologica divina). Nel raggiungere la consapevolezza quindi l’uomo si avvicina a Dio e prende coscienza di quello che di divino è in noi.
Il valore esoterico dell’Aikido trova giustificazione nella cultura orientale, nel significato che in tale cultura ha la vita e la morte, e l’arte della vita e della morte cioè la guerra.
Nel praticare Aikido quindi, benché inconsapevolmente pratichiamo un attività esoterica, dove la singola tecnica è il metodo a noi inizialmente ignoto per prendere coscienza di noi stessi, ciò naturalmente avverrà nel tempo, e con caratteristiche diverse in base alla nostra diversa personalità e cultura.
   
Aikido e Bonsai
Settembre 2008 - di Massimo Mantecchini

Cosa possono avere in comune l’aikido e i bonsai?

Questa domanda è affiorata nella mia mente questa estate mentre leggevo con molto piacere un libro autobiografico di Marco Invernizzi (Vado in Giappone sulla via del bonsai, edizioni Mursia).
Ciò che mi ha colpito è come questo ragazzo, oggi ormai uomo, abbia deciso da ragazzino di diventare un maestro bonsai sulla spinta di una sorta di “rapimento” quando vide per la prima volta in Karaté kid III una di queste “piccole piante” di cui non sapeva nulla.
Da lì partì con incredibile ostinazione una vita volta a raggiungere prima gli obiettivi classici, ad esempio un corso di studi culminato con una laurea, per lasciare poi tutto alla volta del Giappone al seguito di un famoso maestro bonsai con il quale ha “passato vita grama” per più anni (pur mantenendo sempre l’ironia e l’umorismo di un buon italiano alle prese con le “stranezze” della vita giapponese).
Risultato finale di questa continua “presenza mentale” per il suo obiettivo è essere oggi il più giovane Maestro Bonsai del mondo.
Ora, dopo questa introduzione, qualche tentativo di risposta alla domanda iniziale.

 
Il risultato di un bonsai lo si misura in anni; una tecnica di Aikido si conclude in pochi secondi.
Apparentemente nell’Aikido si applica la forza, un piccolo bonsai si accudisce con piccoli gesti.
Ma ciò che è proprio di entrambe queste discipline è la costanza che si deve applicare per ottenere il risultato.
La ripetitività del gesto per arrivare alla perfezione esiste sia nell’ossessivo perpetuarsi di una tecnica in Ki on, sia nella ricerca di un equilibrio perfetto nella continua analisi e cura del bonsai.
Ma la cosa più eclatante che accomuna queste due arti giapponesi è la pace interiore che possono dare al praticante.
Per me tutte le volte che pratico sia l’Aikido, sia la cura dei bonsai è possibile essere “presente” solo ed unicamente a ciò che sto facendo; al pari della meditazione.
Esiste solo ed unicamente quel gesto in quel momento come se fosse l’ultimo.
E in questo mondo così caotico dove mentre si fa una cosa si pensa al passato o al futuro senza riuscire a vivere il presente, scusate se è poco!
p.s.: mi permetto di consigliare una visita ai seguenti siti
http://www.marcoinvernizzi.com/
http://www.ilgiardinodeilibri.it/libri/_il_miracolo_della_presenza_mentale.php
   
PARALLELISMI
di Daniele Stolfo
Che poi sia chiaro: il colore della mia cintura è giallo..motivo per cui magari alcuni tratti dell’articolo risulteranno non condivisibili barra banali da coloro che ora portano la cintura nera. O magari no. Lo scoprirò solo quando avrò anch’io la cintura nera.
Ad ogni modo, la mia mente ha iniziato ad accogliere filosoficamente l’aikido quando il maestro ha espresso una sera la sua difficoltà a dover esporre sinteticamente ad un neofita che cosa fosse l’aikido: nei trenta secondi massimi di risposta che ci si aspetta da una domanda così bisogna improvvisarsi docenti di marketing per convincere a salire sulla materassina, filosofi per essere abbastanza credibili da far capire che l’aikido è un’arte marziale che comprende anche una buona dose di meditazione, rassicuranti come il discorso presidenziale di fine anno per dire che si, si cade ma non ci si fa male. Ma anche simpatici e spiritosi.
Ma si, proviamo giusto perché fanno lezione di sera ed è la parte della giornata in cui ho meno impegni.
La lezione comincia con una sorta di rito iniziatico in cui ci si inginocchia, ci si inchina e si abbassa pure la testa : O-N-E-G-A-E-I-S-H-I-M-A-S-U.
Dopo il T-A-C-H-I-W-A-Z-A e successivo riscaldamento, ti siedi in ginocchio e vedi il maestro che ti illustra una tecnica. Facile.
Dato che sei una cintura bassa ti tocca subirla per primo.
La prima sorpresa è la presa: come prendo sto polso? Dopo aver chiesto trentadue volte come si fa sta presa non fai in tempo a complimentarti con te stesso per esserci riuscito che hai già il culo a terra e ti sei già perso una tecnica. Già perché se mentre subisci la tecnica non stai attento voglio poi vederti a farla.
Una volta in piedi il compagno ti afferra il polso e ora tocca a te. Prova. Da questo istante inizia un processo di elaborazione mentale che all’atto pratico si traduce in un movimento a scatto.
 
La mano la prendo così. Sbagliato. Il piede destro avanti. Sbagliato. Era ai amni. Il braccio va di là. Sbagliato. E dire che tre minuti prima quel movimento visto dal maestro era così naturale…(anche la naturalezza è un traguardo).
L’alibi ai tuoi movimenti a scatti te lo da la tua veste monocolore: già, perché magari quando nel tuo “kimono-tutto-bianco” si inserisce un tono di colore che da un contrasto cromatico devi dimostrare che si, quella cintura un po’ piu scura te la sei proprio meritata.
Non occorre avere un’anima particolarmente incline alla filosofia, ma credo che la prima sensazione che comunica la disciplina di Ueshiba sia l’esistenza di un assoluto parallelismo tra l’aikido e la vita.
Sciorinare un elenco di situazioni in cui ciò risulta evidente sarebbe ridimensionare il valore del contenuto del paragrafo precedente, perchè questo parallelismo è fin troppo lampante e comunque non bastano due esempi di uno che ha un basso contrasto cromatico (la mia cintura è gialla) per aprire gli occhi a chi non se ne sia accorto. Le tecniche non sono il fine, ma sono (solo?) uno strumento.
Comunque avevo già scritto prima che anche la naturalezza è un traguardo, l’istinto è il miglior modo di agire, la razionalità blocca i movimenti, la mente vuota è la miglior condizione mentale per agire  (se non c’è parallelismo qui..).
Probabilmente quanto ho scritto assumerà più valore quando tornerò a rileggerlo tra qualche anno e, spero, con un più alto contrasto cromatico (un nero, ad esempio). Già perché nel frattempo il mio aikido cambierà, la mia persona cambierà e quindi anche i pensieri cambieranno e se ora mentre scrivo ho la fronte aggrottata, labbra strette e braccia tese, magari tra qualche tempo mentre leggerò questa riga starò già sorridendo. Chissà…
   
Il mio Aikido
di Michele Mosca
L’unico modo che ho per descrivere che cosa è l’Aikido, è raccontare la mia esperienza. Era il 1996, da molti anni frequentavo una palestra facendo allenamenti improbabili per migliorare la mia forma fisica ( 1,90 cm per 140 Kg.). Un giorno mi sveglio e decido di dare un taglio a pesi, e gente fissata con l’aspetto fisico; pensa ripensa e decido di iniziare a fare qualcosa che serva al mio corpo ma anche al mo “spirito”….. ma cosa?…… Un arte marziale ad esempio.
Penso alle classiche Arti marziali e decido di vedere un po’ di corsi per farmi un’idea, data la mia stazza fisica comincio con il Judo. Mi presento alla lezione, parlo con il maestro che prima di ogni altra cosa mi guarda intensamente e esclama “Ragazzi….. abbiamo trovato il peso massimo che ci mancava al prossimo torneo!!!!”, alla parola TORNEO, mi sono sentito carne da macello. Per mia natura non amo la competizione, neanche nella vita, figuriamoci se mi metto a fare le gare anche nel mio tempo libero. Altro Corso stessa solfa, Karate (competitivo), Full Contact (competitivo, violento, e per nulla marziale). Quando stavo per tornare ai miei pesi, un caro amico mi dice ”sai che nella nostra palestra fanno un corso di Aikido, andiamo a dare un’occhiata??. Nella mia mente un solo pensiero si stava facendo strada….. che cavolo è st’Aikido?.
Arriva la sera della lezione, mi metto dietro i vetri, e vedo questo gruppo di persone, alcune con una strana gonna nera, che ordinatamente sale sulla materassina, si inginocchia davanti ad un altarino, fa un grosso inchino, si alza e comincia a fare riscaldamento finiti gli esercizi iniziano a fare le cadute e che cadute con quei gonnelloni neri erano un mix di coordinazione e grazia sembravano fluttuare nell’aria e atterravano quasi senza fare rumore. Si ma ……… le cadute, per un elefantino come me sarebbero state uno scoglio difficile.  Ho deciso, provo, ne ho provate tante, ma questa volta ho una sensazione diversa, difficile da decifrare, ma sicuramente positiva, non c’è competizione, e vedo un grande rispetto reciproco. Aspetto la fine della lezione, che avviene con un rituale simile a quello iniziale e aspetto di parlare con il Maestro.
Si presenta, …ciao sono Claudio……, quattro chiacchiere e mi invita a salire alla lezione successiva.
 
La prima lezione è stata come il primo giorno di scuola, salgo silenziosamente sulla materassina, e non ho idea di cosa fare, una signora gentile, che poi scopro essere la moglie del maestro, mi dice dove mettermi, ovviamente l’ultimo posto della fila. La lezione passa via veloce, anche troppo, tante cose nuove e mai viste, sicuramente complicate, ma un seme era stato piantato nel mio animo, mi piaceva gruppo di persone.
Ho frequentato quel dojo per poco più di un anno, ho dato la “gialla”, ho imparato a cadere senza farmi male, poi gli eventi della vita ……… ho mollato. Ma il calore di quel gruppo non è finito, quel piccolo seme, era diventato una piantina, che non mi avrebbe mai abbandonato.
Nel 2003, mi alzo  una grigia mattina di autunno, una come tante, vado al lavorare, torno a casa la sera e mia moglie mi dice di aver incontrato per caso uno dei ragazzi del gruppo di Aikido,  hanno cambiato dojo. A quelle parole ho sentito che era giunto il momento di  risvegliare la mia piantina.
Vado in questo centro sportivo, il Clan Fitness 2,  uno di quei posti dove si possono praticare cento attività, alla Reception chiedo di poter assistere alla lezione di Aikido, vengo accompagnato nella sala superiore e qui ritrovo tanti vecchi e nuovi amici, ma soprattutto lo stesso calore e le stesse sensazioni che ricordavo, era come se il tempo non fosse mai passato.
Dopo oltre quattro anni che frequento questa materassina, a pochi mesi dall’esame da 1° dan, posso paragonare il mio rapporto con l’Aikido, ad un vaso di terracotta, con all’interno solo della terra e una bustina con la scritta “semi di Limone”. Ho piantato il seme ne è nata una pianta che sta dando alla luce i primi frutti e continuerà a darne tanti quanto sarà il mio impegno a farla prosperare.
Al contrario altre discipline, sono come quelle piante da vivaio dal tronco esile e frutti enormi sui rami, sono molto ammiccanti da vedere, danno la sensazione di poter avere tutto e subito, ma poi, colti i pochi frutti, generalmente seccano e non hanno più niente da darti.
   
Perchè le Arti Marziali
Prof. Massimo Manca
Bruce Lee, Jean-Claude Van Damme, Steven Seagal, Jackie Chan; i vecchi fumetti di Shang-chi; i Power Rangers e le Tartarughe Ninja, più o meno alla riscossa; i b-movies dai titoli improbabili: Cinque dita di violenza; Con una mano ti rompo, con due piedi ti spezzo, Elio e le Storie Tese: "Non importa, sai ci avevo Judo"; una vecchia canzone dello Zecchino d'Oro: "kara-kara-karatè / gioca il principe ed il re"; i telefilm da televisione locale: Monjiro, cavaliere solitario, Itto Ogami, Samurai senza padrone. E poi Kurosawa, francamente un' altra storia. Le arti marziali sono dentro di noi, metabolizzate dal circo mediatico e dai ricordi della nostra infanzia. E sono nel nostro passato, come persone e come umanità. Vuole la tradizione che un monaco indiano, Bodhidharma, trasferitosi in Cina, abbia introdotto nel monastero di Shao-lin (Sho-rin-ji in giapponese) una forma di combattimento a mani nude. Da questo nucleo fondamen--tale le arti marziali si sarebbero espanse per tutto l'oriente.
Alle tradizioni, naturalmente, ciascuno attribuisce il peso che crede. Ma la leggenda bene esprime il forte legame tra "spirito" e "corpo", indissolubile in qualunque arte marziale tradizionale.
 
L' occidente, soprattutto greco, sviluppò arti marziali altrettanto efficaci: la lotta, il pugilato, il pancrazio, ma perse rapidamente di vista il dato spirituale dell' attività marziale, viziato dall' idea platonica che il corpo sia il carcere dell' anima, e dalla convinzione che l' aggressività sia un male assoluto, da reprimere o negare.
Le arti marziali orientali si propongono oggi come un training psicofisico adatto a uomini, donne, bambini di ogni costituzione fisica e di ogni età. Non sono una religione, non sono attività per esaltati. Sono discipline complete, non trauma---tiche a livello amatoriale e spesso neppure a livello agonistico: se sei timido ti insegnano ad "aprirti" all' altro; se sei aggressivo ti permettono di scaricare la tua tensione in modo diretto, innocuo e benefico per te e per gli altri. Non ne esiste una migliore delle altre, ma esiste quella migliore per te. Guarda qualche lezione, parla con qualche maestro, cerca di capire cosa vuoi. E poi incomincia.
La Via è lunga, ma vale la pena di percorrerla.
   

Coloro che volessero pubblicare le loro impressioni o espressioni, sono pregati di inviare il testo al seguente indirizzo e-mail: clan@clanaikidotorino.it